THE HASBOURG AT THE SAME TABLE AS THE MAFIA in BRUSSELS

Written December 02. 2006 in Uncategorized

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THE HASBOURG AT THE SAME TABLE AS THE MAFIA in BRUSSELS

DOES THE MAFIA STILL EXIST IN BELGIUM AFTER THE DEATH OF THE COURAGEOUS BELGIAN REPORTER FRANCOISE VAN MOORTEL AND HER EXPOSURE-INVESTIGATIONS?
YES ! and not only is it still quite present… , but it is infiltrating always, again and again …. through the media, as Françoise VAN MOORTEL was exposing it. However it is now attempting to rise up into International Organizations, and it has now gone so far up that it has been allowed to sit arrogantly at the prestigious table of the HASBOURG’s in BRUSSELS!
In May 2005, unbeknownst of Lord DESMOND GUINNESS, SILVIA & DIEGO, the daughter and the son of  the BOSS CALOGERO DI CARO (currently jailed - article 41bis reserved to bosses such as RIINA) were introduced with the American gentry, during the hyper posh trip to BRUSSELS organized for the IRISH GEORGIAN SOCIETY, while they were under investigation by the DIA (ROMAN ANTI-MAFIA). All their assets have been sequestered since March 7th, for recycling and laundering of Mafia money. Thus, they were peacefully strolling besides the HASBOURG, all the way inside the very heart of Belgian democracy – Brussel’s Town Hall,  they had dinner with them, and were listening to music in the castles of the Belgian aristocracy, posing for photographers, saying they were Sicilian producers of olive oil.
(in « CUCCA VECCHIA », a company of straw bearing the name of their home, sequestered since then by the DIA).
How could such a thing be possible?
They had been cast side « forcefully » from a posh trip in Sicily, in Palermo, for the same Foundation of Lord DESMOND GUINESS, with the same American travelers, since during the trip their father had been arrested (on March 29th, 2004), and the entire Communal Council of the city of CANICATTI  had been dissolved by the Italian Council of Ministers - because of Mafia infiltrations by their family, which in fact had been running it. This operation, called ALTA MAFIA, had been carried out with the help of 300 policemen….
Since the go-between of the IRISH GEORGIAN SOCIETY in Sicily, two young French entrepreneurs are living under the fear of retaliation from this Mafia family, which is extremely powerful as the referent of  PROVENZANO, the accomplice of various murders such as that of the Judge SAETTA and of his son, a family which gave its go-ahead for the kidnapping of the martyr child GIUSEPPE DI MATTEO, who was later strangled with a method that the people living in the Sicilian countryside know, and then dropped into acid…. His poor remains have never been recovered.
During these same years they were exhibiting shameless mocking contempt of the entire Belgian press, by pretending to be the renaissance of the town of Palermo, inviting Belgian TV to visit their garden, forgetting to relate that this very same garden was that of a BOSS and that the agronomer who had planted the olive-trees in it had been killed by SALVATORE RIINA, the Boss of Bosses.

http://forum.alfemminile.com/forum/actu1/__f21859_actu1-buonasera-produco-olio-invece-e-il-figlio-del-boss.html


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patrickgermain

Written December 05. 2006
6 NOVEMBRE 1998 26 centonove SICILIA ICILIA
di Franco Castaldo
AGRIGENTO Prima di pentirsi ha voluto parlare lungamente con
la moglie. Cinque ore di stringente faccia a faccia,
dalle 9 alle 13,55 del 4 luglio 1988, all’interno di un
angusto locale del carcere palermitano di “Pagliarelli”.
Poi la svolta. E ai giudici Ambrogio Cartosio e Roberto
Murgia, della Direzione distrettuale antimafia di Palermo,
ha cominciato a raccontare la sua vita di affiliato a
Cosa Nostra agrigentina e di spietato killer di mafia. Alfonso
Falzone, di Porto Empedocle, 34 anni il prossimo 16 dicembre,
arrestato nella primavera scorsa nel corso
dell’operazione Akragas, ha vuotato il sacco. E lo ha fatto
rivelando notizie clamorose, a cominciare dal sequestro del
piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di Santino, il pentito palermitano
che ha svelato le attività illecite del gruppo storico
di Cosa nostra palermitana, stragi comprese.
«Ho partecipato al sequestro del figlio di Santino Di Matteo,
insieme a Filippo Sciara, Giuseppe Virone, Arturo Messina,
Antonio Di Caro, Giuseppe Gambacorta, Luigi e Giuseppe Putrone,
Antonio Costanza ed altri mafiosi. Insieme a loro mi sono
alternato nella custodia del ragazzino tenuto prigioniero
prima ad Agrigento, nella zona di Cannatello (la stessa zona
dove è stato catturato nel 1996, Giovanni Brusca, ndr) poi a
Favara e quindi nelle parti di Cammarata». Nomi “pesanti” del
panorama mafioso agrigentino. Filippo Sciara, della famiglia
mafiosa di Siculiana è attualmente detenuto per associazione
mafiosa. Così anche Giuseppe Virone e Arturo Messina,
entrambi della famiglia di Agrigento città e come Giuseppe e
Luigi Putrone e Giuseppe Gambacorta della cosca di Porto
Empedocle.
Di Antonio Di Caro, figlio del capo mafia di Canicattì e reggente
della “provincia” di Agrigento, Giuseppe, ucciso nel
1991 e Antonio Costanza, imprenditore di Favara non si hanno
più notizie da due anni. Sono scomparsi quasi contemporaneamente.
Lupara bianca, in gergo mafioso. I loro corpi non
sono mai stati ritrovati. Di Antonio Di Caro si sa, comunque,
che è stato ucciso, fra gli altri, dal figlio di Salvatore Riina, attualmente
in carcere. L’eliminazione di Di Caro fu per Giovanni
Riina, poco più che maggiorenne, il battesimo di sangue. Più
pentiti hanno dato sul fatto la stessa versione. Riina, tuttavia,
nega. Dunque, il piccolo Giuseppe Di Matteo, per lungo tempo,
è stato tenuto prigioniero sia ad Agrigento che in alcuni comuni
della provincia.
Un fatto pressoché inedito anche se, dopo la cattura di Brusca,
qualcosa cominciava a trapelare. Il piccolo ostaggio, poi
strangolato e disciolto nell’acido, venne consegnato ai mafiosi
della provincia di Agrigento lungo l’autostrada Caltanissetta-
Palermo all’altezza del ponte Cinque archi. Di Matteo, venne,
dunque portato a Favara, zona controllata dal presunto
boss Carmelo Milioti, molto vicino secondo gli inquirenti, a Giovanni
Brusca. Poi, venne portato a Cannatello, nella stessa
zona dove “u verru” venne catturato nel maggio del 1996. Un
territorio tranquillo quello di “Cannatello” specie d’inverno a
pochissimi chilometri da San Leone, rinomata località balneare
di Agrigento.
Lì il piccolo Di Matteo è stato custodito senza eccessivi problemi
e senza correre grandi rischi. Poi, ultima tappa del calvario
agrigentino del giovane ostaggio, la campagna di Cammarata,
comune a cavallo tra le province di Agrigento e Palermo,
zona indicata in passato come uno dei probabili territori
prescelti da Totò Riina per trascorrere parte della sua latitanza.
Lo spessore mafioso delle persone coinvolte nel se-
Alfonso Falzone, uno dei più spietati killer di Cosa Nostra agrigentina,
ha deciso il pentimento e ha svelato ai giudici il giallo di decine di omicidi
questro e nella custodia di Giuseppe Di Matteo è di tutto rispetto
e manifesta, ancora una volta, come sia stato strettissimo
il legame tra la mafia corleonese e Cosa Nostra agrigentina.
Già in passato, Pasquale Salemi, primo pentito della
mafia agrigentina, aveva raccontato di tali rapporti. Adesso,
ed oltre alle dichiarazioni di Brusca, si aggiungono quelle
di Alfonso Falzone, secondo collaboratore di giustizia agrigentino
appartenente alla criminalità organizzata tradizionale
e contrapposta dalla cosiddetta “Stidda”.
Il pentimento dello spietato sicario, apre una falla di proporzioni
gigantesche nel mondo malavitoso di Cosa nostra.
Sinora, la mafia di Agrigento aveva potuto contare sul silenzio
più assoluto e sulla mancanza di specifici collaboratori di
giustizia. Più volte i magistrati palermitani
avevano indicato la mafia
agrigentina come lo zoccolo duro
di Cosa nostra, mai scalfito da
pentimenti e collaborazioni. Adesso
il quadro che emerge è davvero
devastante per l’organizzazione
criminale. Le rivelazioni di Pasquale
Salemi prima e Alfonso
Falzone adesso, aprono scenari
nuovi e creano i presupposti per altri
pentimenti ad opera di soggetti
che oggi si trovano a dovere affrontare
responsabilità penali di
grandissimo rilievo. C’è gente, in
pratica, che rischia di subire più ergastoli.
E a questo punto i magistrati palermitani
si attendono nuove collaborazioni
e ulteriori riscontri investigativi.
Ad occuparsi delle rivelazioni
di Falzone, tra l’altro, sono
stati chiamati due magistrati che
conoscono benissimo la mafia
agrigentina, vale a dire Ambrogio
Cartosio che già si è occupato di
numerosissime indagini legate alla
guerra tra mafia e Stidda nonché
Roberto Murgia, il quale, insieme
al collega Salvatore De Luca (anche
lui in sevizio alla Dda di Palermo)
ha fatto parte del collegio giudicante
guidato da Gianfranco
Riggio, che nel 1987 processò e
condannò i mafiosi empedoclini
dei clan Grassonelli e Messina.
Le rivelazioni di Alfonso Falzone,
dunque, aprono nuovi scenari
investigativi e offrono determinanti
conferme sia alle dichiarazioni di
Pasquale Salemi che alle attività di
indagine sinora svolte. In primo luogo risultano fondamentali
le sue dichiarazioni in ordine all’omicidio del maresciallo Giuliano
Guazzelli. Falzone ha fatto già ammissioni molto importanti
coinvolgendo nel delitto, un primo momento attribuito agli
stiddari di Palma di Montechiaro (venne persino emessa una
sentenza di condanna all’ergastolo), altri soggetti legati alla
consorteria mafiosa agrigentina.
Sempre Falzone fa luce su numerosi delitti eccellenti. A cominciare
dall’omicidio del sottufficiale della polizia penitenziaria
Pasquale Di Lorenzo in servizio presso il carcere “San
Vito” di Agrigento. «Ho ucciso io nell’ottobre del 1992 il maresciallo
De Lorenzo insieme ad altri complici. Così come ho
partecipato all’uccisione di Giuseppe Sanfilippo detto “lo sparviero”,
nell’agosto del 1990, insieme a Salvatore Fregapane,
“Ho fatto il carceriere
del piccolo Di Matteo”
«Dopo averlo sequestrato
ci consegnarono il bambino
lungo l'autostrada
Caltanissetta-Palermo
al ponte dei Cinque archi.
Poi portammo l'ostaggio
a Cannitello, vicino San Leone...»
AGRIGENTO Cosa Nostra agrigentina non
uccide mai di venerdì. E’
questa la rivelazione più
curiosa fatta ai giudici della
Dda di Palermo, Murgia e Cartosio,
dal nuovo pentito Alfonso
Falzone. In uno dei primi interrogatori
resi all’interno del
carcere “Pagliarelli” di Palermo,
Falzone rivela: «Tra le regole
particolari che vigevano
nell’agrigentino mi ricordo
quella per la quale il venerdì
non si poteva fare niente. Infatti,
se si controlla si può vedere
che nessun omicidio di
Cosa Nostra è stato commesso
nel giorno di venerdì». Sembra
che il dato abbia trovato
conferma. Una prima sommaria
ricerca ha messo in evidenza
che nella provincia di Agrigento
sono pochissimi i delitti
compiuti di venerdì negli ultimi
dieci anni e che i pochi omicidi
compiuti non sarebbero da
addebitare all’organizzazione
criminale “Cosa Nostra”.
Difficile per il momento interpretare
compiutamente il
perché di tale decisione. Probabilmente
sarà lo stesso Falzone,
nei prossimi interrogatori,
a spiegare le ragioni di un
simile divieto. O regola di comportamento
come la definisce
lo stesso collaboratore. Per il
momento resta il dubbio sulle
ragioni che hanno spinto i mafiosi
agrigentini a restare inoperosi
solamente il venerdì. Intanto,
una appropriata ricerca,
indica che il giorno preferito
per commettere omicidi (senza
distinzione tra criminalità
comune o organizzata) è il sabato.
F.C.
MA DI VENERDI' NON SI UCCIDE MAI
Il piccolo Giuseppe Di Matteo,
figlio di Santino, il pentito palermitano
che ha svelato le attività illecite del gruppo
storico di Cosa nostra palermitana,
stragi comprese.
Il bimbo, per lungo tempo, prima
di essere barbaramente assassinato,
è stato tenuto prigioniero
sia ad Agrigento che in alcuni comuni
della provincia
(Foto Mike Palazzotto)
DI UN KILLER
CONFESSIONI

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...contre tous ceux qui comme lui infiltre partout LA MAFIA ...

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