Il existe une zone grise où grenouillent de louches individus, c'est dans cette zone que la mafia s infiltre et peche pour ensuite utiliser ceux qui ont bien voulu se faire pecher...Ils deviennent des ponts vers d autres mondes où elle à son tour peut
grenouiller et infiltrer ses tentacules.
Mais la demande est -le savaient ils?
Comment est-il possible que certains journalistes publicisent la MAFIA et c est à en rire aux éclats invitent les citoyens d Europe à se rendre dans la maison du Boss....
Più fluida la situazione nell'Agrigentino dove dopo «l' arresto del boss di Canicattì Calogero Di Caro la leadership è assicurata dai latitanti Giuseppe Falsone della 'famiglia' di Campobello di Licata, sostentuo dal mandamento palermitano della Guadagna, e da Maurizio Di Gati». «I gruppi agrigentini - continua il rapporto - hanno dimostrato una spiccata vocazione all' infiltrazione nei settori economico-finanziari» ed un forte coinvolgimento nella gestione degli immigrati clandestini che costantemente sbarcano a Lampedusa e Linosa.
(AGI) - Palermo, 25 lug. - Arriveranno in Sicilia per lavorare nei terreni strappati ai boss, ma anche per incontrare familiari delle vittime di mafia e operatori di associazioni e cooperative che gestiscono i beni confiscati, partecipare a incontri sui temi dell'antimafia e infine incontrarsi tra loro, sperimentando la cooperazione, la legalità e il rispetto della persona come valori da contrapporre alla legge mafiosa di prevaricazione e di ricatto. Sono oltre 80 i giovani toscani protagonisti del progetto "Liberarci dalle spine", promosso da Arci Sicilia e Arci Toscana assieme a Libera, Cooperativa Lavoro e Non Solo, Fondazione Culturale Banca Etica, e in collaborazione con la Regione Toscana, la Provincia Regionale di Firenze, le Camere del Lavoro di Palermo, Firenze e Agrigento, il Consorzio Sviluppo e Legalità e il Comune di Agrigento. I ragazzi, tutti di età compresa tra i 18 e i 30 anni e provenienti da tutta la Toscana, lavoreranno per due settimane, dal 28 luglio all'11 agosto e dal 21 agosto al 3 settembre, fianco a fianco con i soci della cooperativa Lavoro e Non Solo, che gestisce alcuni terreni confiscati alle cosche di Canicattì (Agrigento) e di Monreale e Corleone (Palermo). Saranno estirpati due vecchi vigneti e preparato il terreno per il reimpianto, raccolti pomodori da trasformare in passata. I ragazzi toscani saranno coinvolti anche in seminari e laboratori sui temi dell'antimafia e della legalità e incontreranno tra gli altri Rita Borsellino e Giovanni Impastato, e visiteranno alcuni dei luoghi che in passato sono stati segnati dalla violenza e dal dominio mafioso, come la casa in cui venne ucciso il piccolo Di Matteo a San Giuseppe Jato.
Giuseppe Di Matteo (1982-1995) figlio del pentito Santino Di Matteo, fu vittima di una vendetta trasversale di stampo mafioso. La sua morte è risaltata grandemente su tutti i giornali perché il cadavere del piccolo non fu mai trovato, essendo stato disciolto in una vasca di acido nitrico.
Egli fu rapito il 23 novembre 1993, a 11 anni, al maneggio di Altofonte (PA) da un gruppo di mafiosi che agivano su ordine di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato.
La famiglia cercò presso tutti gli ospedali cittadini notizie del figlio, ma quando, l'1 dicembre 1993, un messaggio su un biglietto giunse alla famiglia con scritto "Tappaci la bocca" e due foto del bambino che teneva in mano un quotidiano del 29 novembre 1993, fu subito chiaro che il rapimento era finalizzato a spingere Santino Di Matteo a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci e sull' uccisione dell' esattore Ignazio Salvo.
Il 14 dicembre 1993 Francesca Castellese, moglie di Di Matteo, denunciò la scomparsa del figlio. In serata fu recapitato un nuovo messaggio arrivò a casa del suocero (Giuseppe Di Matteo, padre di Santino) con scritto "Il bambino lo abbiamo noi e tuo figlio non deve fare tragedie". Dopo un iniziale cedimento psicologico il pentito non si piegò al ricatto, sebbene fosse angosciato dalle sorti del figlio, e decise di proseguire la collaborazione con la giustizia.
Brusca decise così l'uccisione del bambino, ormai fortemente dimagrito e indebolito per la prolungata e dura prigionia sulle terre dell'agrigentino, e che venne strangolato e successivamente discolto nell'acido l'11 gennaio 1996 dopo 779 giorni di prigionia con l'accordo del boss DI CARO
2007-02-23 16:17 ANSA
Confiscati a imprenditore beni per 2 mln
Da parte direzione antimafia ad Agrigento
(ANSA) - PALERMO, 23 FEB - La Direzione investigativa antimafia ha confiscato beni per un valore di circa due milioni di euro dell'agrigentino Calogero Di Caro. Il provvedimento e' dei giudici del tribunale di Agrigento. Di Caro e' ritenuto un esponente di rilievo della cosca mafiosa agrigentina, ed e' indicato dai pentiti come uomo d'onore. I beni confiscati riguardano sette unita' immobiliari, fabbricati e appezzamenti di terreno che si trovano a Canicatti' (Agrigento).
http://www.ansa.it/site/notizie/regioni/sicilia/news/2007-02-23_12346055.html
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...contre tous ceux qui comme lui infiltre partout LA MAFIA ...